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15 marzo 2017

curry di ceci, broccoli e pomodorini



Lo so, la primavera avanza a grandi passi, anzi, oserei dire che qui da noi è già arrivata, ma questa ricetta, forse ancora un po' troppo invernale, non me la volevo lasciar sfuggire. 
Così, prima di dedicarmi a qualche verdura un po' più in linea con la stagione, ho cucinato ancora i broccoletti -che io adoro- con i ceci, che stra-adoro, specie da quando ho scovato e provato quelli di Merella, un paese in provincia di Alessandria.
Perché li considero eccezionali? Sono piccolini, la cuticola sottile e dopo 12 ore di ammollo cuociono perfettamente in pentola normale in un'ora, diventando tenerissimi, che si disfano in bocca, senza trucco e senza inganno.
Abituata come sono a ceci che senza pentola a pressione ci mettono una vita ad assumere una consistenza passabile, la cottura di questi è davvero una passeggiata. E una volta cotti non li devo neanche sbucciare.
Il libro da cui ho tratto la ricetta è Vegetariana, curato da Martha Stewart (attenzione! Dico curato perché in realtà non è della Stewart, ma il libro riporta la dicitura dalle cucine di ... detto per inciso mi sorge spontanea una domanda: ma quante accidenti di cucine avrà, la Martha internazionale?).
Ho solo leggermente variato la ricetta mettendo broccoletti al posto del cavolfiore, togliendo gli spinacini e sostituendo il coriandolo con prezzemolo. 
Lo so, le due erbe non hanno lo stesso sapore, ma il coriandolo fresco non riesco a trangugiarlo e sono riuscita a capirne la ragione da poco, quando ho letto che il nome della pianta deriva da cimice per via dell'odore poco gradevole emanato dalle foglie. 
Insomma sembra che l'umanità si divida in due: chi lo ama alla follia e chi lo odia. Pare addirittura che alla base della repulsione ci siano fattori etnici e genetici.
Ecco, io sono ufficialmente nel fattore etno-genetico-NO.
Infine ho unito anche del latte di cocco, non previsto nella ricetta originale, ma ne avevo un avanzo - da questa torta - e ho voluto provarlo visto che è spesso presente nelle preparazioni indiane.
In sintesi: un piatto assai godibile e replicabile anche con verdure diverse.

08 marzo 2017

torta vegana al cioccolato, caffè e cocco


Come mai questo blog, il cui nome è Caffè col cioccolato, non ha neanche una misera, miserrima torta, un dolcino, chessò, un biscottino, una galletta, una cremina, che contempli questi due ingredienti? Sì, c'è qualcosa con cacao e caffè ma poca roba e comunque il cacao non è cioccolato!
Vero è che questo nome deriva dalla mia abitudine, risalente ai tempi dei tempi, di prendere il caffè dopo pranzo insieme a un quadretto di cioccolato fondente - e mica sono la sola, vero Mari?- , anzi, magari anche due, a volte... tutta la fila (leggasi 4 quadretti), però via, un dolce con caffè e cioccolato, in fondo, dopo tutti 'sti anni, il mio blog se lo meritava.
Dunque oggi corro ai ripari, con questa torta, parzialmente di mia invenzione - ma alla fine sappiamo bene che in cucina non s'inventa mai niente, caso mai si rielabora - completamente vegana, perché così me la sbafo senza pensare al malefico colesterolo.
Che invece sia extra-calorica, e lo è, m'importa proprio poco. 
Dunque la faccio breve: la base l'ho presa qui, da Imma, anche se l'ho un po' variata.
Poi, visto che il cioccolato mancava, ho voluto strafare, con una glassa al cioccolato e latte di cocco.
Poi, visto che, almeno nella mia testa, stava diventando una torta di un certo impatto scenico, ho voluto stra-strafare e pure una cremina bianca, sempre al cocco, ce l'ho ficcata. Ta-da!
Ora, poiché sono consapevole che le preparazioni eccessivamente lunghe spaventano un pò - ma in questo caso vi assicuro che è tutta apparenza - spiego la mia filosofia: mi piace pensare che questo sia un dolce work-in-progress.
Cosa intendo? 
Quando prendevo lezioni di ricamo la mia insegnante, mentre facevo una tovaglia, mi disse che non dovevo partire da un angolo e andare avanti, piuttosto fare prima tutto il bordo, per esempio con un à-jour, poi magari ricamare il centro, dopo ancora i quattro angoli e così via. Questo tipo di approccio mi avrebbe consentito di fermarmi quando non ne avevo più voglia senza che la tovaglia rimanesse incompiuta. Insomma, come lei lo chiamava, work in progress.
Nel caso v'interessi sapere com'è andata a finire con la tovaglia in questione... ecco...  l'à-jour fatto, due ricamini sminchi ai quattro angoli fatti... a posto così.
Dunque per questa torta potete fermarvi alla base, lasciandola così com'è, già buonissima di suo e perfetta per la colazione.
Oppure potete farla e farcirla.
Oppure farla, farcirla, e ricoprirla. 
E se proprio volete esibirvi anche con qualche decorazione in più, alla Antonin Carême per intenderci, avete solo da accomodarvi... work in progress...

28 febbraio 2017

fagioli al forno casarecci


Prima dei fagioli, una cosa: c'è qualche piccola particella di sodio, un quest'universo sconfinato, che ascolta la trasmissione che va in onda alla Radio, tutti i santi venerdì, alle 19?
Nel caso vogliate farlo, trovate tutte le registrazioni in una pagina che ho dedicato all'argomento, con i link alle puntate e alle ricette che lascio al termine di ogni trasmissione. Insomma, basta andare nella pagina qui sopra, intitolata Podcast - ricette (e non solo!) alla Radio e cliccare sopra la puntata preferita. 
E questo l'ho detto. 
E scusatemi. 
Perché c'è chi non legge le intro ai post. 
Ma almeno sulle prime righe l'occhio gli cadrà, no???
Vabbè, ho idea di no.
E mi rassegno.
Ma almeno c'ho provato  ;P  
Ma parliamo di cose serie, arrivando ai fagioli! Fagioli un po' particolari, in verità.
La ricetta l'ho trovata su un libro acquistato recentemente (Ricette vegetariane di Chloe Coker e Jane Montgomery - Ed. Red) e poiché i fagioli mi/ci (anche alla mia dolce metà) piacciono molto e la foto era accattivante e da acquolina, li ho voluti provare. 
Fatti due volte con i fagioli messicani, quelli neri, che sono già buonissimi di loro. 
Per il primo esperimento ho seguito pari pari tutte le indicazioni, così da testare la preparazione così come-doveva-essere, nel secondo ho apportato invece alcune lievi modifiche, che comunque vi segnalo.
In sintesi: la ricetta originale prevede melassa e zucchero; per quanto ne abbia messo un cucchiaio raso - c'era scritto genericamente un cucchiaio, ma mi viene in mente ora che trattandosi di autrici inglesi, tsp e tbsp si sprecano... - secondo noi il risultato era un po' troppo dolce. La seconda volta ho dunque eliminato lo zucchero tenendo invece la melassa, che conferisce un aroma particolare. 
Ho aumentato di conseguenza la senape, per dare un sapore più marcato, ho aggiunto una fogliolina di alloro, che come sappiamo con i fagioli sta assai bene, infine ho utlizzato il brodo dei fagioli anziché quello vegetale, perché era così bello che buttarlo mi sembrava un delitto.  
Abbiamo preferito la seconda versione, quella modificata, perché ci è parsa più equilibrata. Insomma, non li farei tutte le volte a questo modo, però il sapore mi piaciuto e di tanto in tanto i fagioli li cucinerò così.
Non lasciatevi impressionare dalla lista degli ingredienti, in realtà la ricetta è davvero semplicissima e come vedrete si può cuocere anche su fiamma.
Vi lascio entrambe  le versioni - l'originale tra parentesi -... e ai posteri l'ardua sentenza!

15 febbraio 2017

schiacciata fiorentina... carnevale, di nuovo!


E lo so, quest'anno è così! Io che non sono per nulla interessata a feste e festini, ecco... ben due-ricette-due della tradizione carnascialesca.
Il fatto è che questa, il migliaccio, l'ho dovuta fare per via della trasmissione radiofonica - sto proprio registrando la puntata sul carnevale e nel blog non avevo neanche una ricetta da lasciare a fine puntata, sigh! -, e, ripeto, è stata una gran bella scoperta a conferma che non tutto il male vien per nuocere, ma nel cercare in rete una preparazione non fritta in cosa m'imbatto? 
Nella schiacciata fiorentina di Federica. Questa, insomma!
I dolci di Fede sono insuperabili e se, certo, non riuscirò mai ad arrivare alle mega-preparazioni piene di frizzi e lazzi che instancabilmente ci propone lei, la schiacciata fiorentina, o schiaccia unta, era alla mia portata ed è finita in lista d'attesa. Tempo d'attesa breve, peraltro, perché il periodo di carnevale passa in fretta e se non mi fossi sbrigata avrei dovuto rimandare al prossimo anno.
L'ho fatta pari-pari, seguendo le sue indicazioni; variando solo un pochino gli aromi (cardamomo al posto della vaniglia e scorzette d'arancia sciroppate al posto di quelle fresche, grattugiate) e preparando il lievitino, in modo da limitare la dose del lievito di birra. 
Insomma, buonissima! 
Certo, questo è ben lungi dall'essere un dolce vegano, ma carnevale viene solo una volta l'anno e ho voluto fare la schiacciata fiorentina come Dio comanda, con la sua bella dose... di strutto! Ingrediente che peraltro conferisce una morbidezza unica. Tra l'altro, come ho imparato preparando la puntata sul carnevale, maiale e carnevale vanno a braccetto, quindi mi sembrava indispensabile usare proprio quel tipo di grasso. 
Chi volesse potrà comunque sostituire con olio; in rete ci sono diverse versioni con quest'ingrediente. No, no, so già cosa pensate: questa parla tanto di colesterolo e poi usa lo strutto. In realtà lo strutto contiene meno colesterolo del burro, ma a parte questo devo dire che... per noi ho tenuto giusto due quadrotti per la colazione, il resto della schiacciata, gambe in spalla, s'è trasferita immediatamente e spontaneamente dalla mia vicina, con buona pace dei miei sensi di colpa.
E poi... mi potevo lasciar sfuggire l'occasione di preparare uno stencil col giglio di Firenze? 
Bello, no???

08 febbraio 2017

è carnevale? Migliaccio napoletano!



Premetto che il carnevale non mi attira, così come non amo, in generale, un po' tutte le cosiddette feste comandate, ma, complice la Radio per la quale mi serviva una ricetta legata a questa ricorrenza, ho fatto un'eccezione ed è stata... una vera scoperta! Il migliaccio napoletano mi piace un sacco, tanto che l'ho già replicato e penso proprio lo rifarò una terza volta a brevissimo.
Cercavo qualcosa di cotto al forno - e no, non ditemi che le chiacchiere o bugie o comealtrolechiamate si possono cuocere in  forno, perché piuttosto ci rinuncio! Infatti... -, di non eccessivamente grasso (ma quale dolce potrebbe non esserlo, se deve celebrare il giovedì e il martedì grasso?) e gira e rigira mi sono imbattuta nel migliaccio.
Il nome deriva dal miglio, ingrediente che veniva utilizzato anticamente, ora sostituito dal semolino; mi sarebbe piaciuto, come spesso faccio, andare un po' all'origine... purtroppo in rete non ho trovato versioni antiche.
Pazienza, mi sono accontentata e come dicevo ho scoperto questo dolce, semplicissimo e veloce, che mi piace davvero tanto. Davvero, è più facile a farsi che a dirsi, non lasciatevi spaventare dalla lungaggine della mia descrizione, vorrei solo che se replicate vi venisse bene alla prima. 
Di ricette in rete se ne trovano quante ne volete, io mi sono affidata a questa come base e poi ho variato un po', anche seguendo alcuni video di you tube.
Una piccola precisazione: la foto su quel sito non so da quale cilindro da prestigiatore l'abbiano tirata fuori. Non è il migliaccio, che non contiene lievito, non rimane così friabile, né così alveolato. Come troppo spesso accade in questi siti, hanno pensato bene di riportare dosi e procedimento del dolce, corredando il tutto con la foto di un'altra preparazione. Una pratica deprecabile...    
Avevo della bellissima ricotta ovina, che è più grassa della vaccina; ho quindi utilizzato quella ed eliminato il burro. Poi ho aromatizzato il tutto con scorze di agrumi - arance e mandarini dei miei alberelli - sciroppate e frullate; un vero delirio: sapore e profumo intensissimi. Ora aspetto solo il giudizio di una mia amica napoletana...  vediamo cosa mi dirà!
L'ho fatto un po' "altino" per questioni estetiche, ma so che solitamente non supera i due cm circa; a voi la scelta. 
Dunque eccolo, corredato persino da mascherine (e mi sono impegnata, eh???), più di così non potevo fare...
A proposito, lassù ho parlato di Radio, c'è qualche piccola particella di sodio sparsa nel web che mi ascolta???
Se vi va di provarci potete farlo attraverso la mia pagina Podcast, eddài che vi aspetto!

01 febbraio 2017

focaccette alle tre farine e rosmarino


Questa ricetta nasce da un libro che ho appena comprato... ehm... il titolo è un po' strano, ma il testo mi sembrava sfizioso, anche se al posto delle foto ha solo qualche disegno sparso qua e là: Il libro tibetano del pane.
Con ciò, mi pare che di tibetano non abbia granché, ma non è per questo che l'ho comprato.
In poche parole trovo delle focaccine alla salvia - erba aromatica che ho in giardino, anche se ora il mio cespuglio sembra un po' sofferente per il freddo, ma si riprenderà -, poi volto pagina e trovo quelle al rosmarino, ancora più sfiziose. 
Ho fatto una fusione delle due ricette, in più facendo una miscellanea di farine di cui avevo il pacchetto aperto e mi volevo sbarazzare.
La prima particolarità è la preparazione della biga o di una prefermentazione, che ho trovato comodissima, la seconda è l'alta idratazione che induce a trattare la pasta, veramente molto molle, velocemente, senza starla troppo a remenare, come si direbbe da noi in Liguria, maneggiare in italiano.
Naturalmente ho diminuito di parecchio anche la dose di lievito... ma nei vari testi pare che se non si aggiunge il famigerato cubetto ogni 500 grammi di farina, non si sia soddisfatti!
Avendo utilizzato la farina di mais - quella bramata, per la polenta non istantanea - senza aggiungere farine di forza, le focaccette sono rimaste un po' bassine, ben lievitate ma senza grossa alveolatura.
In compenso erano croccantine fuori e morbide all'interno. Consiglio però di sostituire almeno una parte della farina di semola di grano duro, o quella tipo 2, con farina 00, per rendere il prodotto più leggero.
Insomma, queste focaccette mi hanno soddisfatto, ma sicuramente sono migliorabili. 
Detto questo le abbiamo avanzate? Ma neanche per idea!

22 gennaio 2017

biscotti al latte semplici

 

Questi li ho copiati da lei, Marina, nell'impeto di furto di ricette che mi sta prendendo ultimamente.
D'altra parte a volte mi è impossibile resistere alle tentazioni - quelle foto, così pulite e belle, rappresentavano davvero un richiamo irresistibile - e dopo la farinata di zucca che è stata una vera e propria scoperta, eccone un'altra, i biscotti al latte, semplici veloci e genuini, perfetti per una pausa senza troppi sensi di colpa. 
Se avete dei bimbi, farli con loro può rappresentare un piacevole momento da vivere insieme, specie in pomeriggi uggiosi come questo, che sembra non passino mai.
E poi... merenda! Con il latte per i piccoli, con tè o caffè per gli adulti.
Olio al posto del burro... e così vanno bene anche per me. 
Latte - questa volta vaccino - e un solo uovo, e il colesterolo lo teniamo comunque a bada.
Inoltre la curiosità di sperimentare l'utilizzo dell'ammoniaca per dolci, ingrediente che non faccio altro che comprare, poi buttare perché scade, allora lo ricompro, ma non osando usarlo lo lascio di nuovo scadere, in un gioco interminabile a cui ho finalmente messo fine.
Insomma, l'ho detto, no? Belli, facili, veloci e sani.
Unica piccola pecca, ma solo per me che ormai sono abituata a sapori meno dolci, la dose di zucchero, che la prossima volta diminuirò un po' oppure sostituirò con quello di canna. Conosco invece chi quella quantità l'avrebbe variata... al rialzo.
Quindi, se ne deduce, perfetti così! 
... e non chiedetemi chi, in casa, abbia la glicemia borderline. 
Per il resto praticamente copiati pari pari, se non fosse per la vaniglia, rimpiazzata dalle scorzette dei miei mandarini, che stanno maturando ora, indiscutibilmente bio.

06 gennaio 2017

farinata di zucca di Sestri Ponente alla moda...


... di Mary Grace!
Sì, questa ricetta l'avevo puntata diverso tempo fa proprio sullo splendido blog di Maria Grazia e subito l'ho fatta mia.
Mia perché è una ricetta ligure, anche se, ammetto l'ignoranza, non ne avevo mai sentito parlare. Ignoranza non colpevole, peraltro, visto che la preparazione sembra essere tipica di Sestri, ormai inglobata nella città di Genova come quartiere - delegazione - , ma un tempo Comune autonomo.
Mia perché adoro le torte salate.
Mia perché estremamente semplice, veloce, gustosa; ha pochissimi ingredienti, tra cui la zucca, e basta un attimo a prepararli.
Ditemi niente!
L'ho copiata praticamente pari-pari; unica variazione uno spicchio d'aglio, che non sarebbe contemplato nella ricetta originale, ma è stato un tentativo per far apprezzare la zucca a mio marito. Tentativo fallito. 
Unica raccomandazione: scegliete una zucca dalla polpa naturalmente asciutta perché occorre usarla cruda e se troppo umida si rischia che la pasta resti poco cotta. Da noi in Liguria, specie nel Ponente, si usano le zucche di trombetta, ma sono troppo acquose; io ho utilizzato la Okkaido ed era perfetta.   
E così, mentre in giro si finisce di festeggiare l'Epifania a suon di caramelle, frizzi, lazzi, ricchi premi e cotillons, io, antisociale, lo faccio con una pietanza salata che ha tutto il colore dell'oro.
Per incenso e mirra ci s'attrezzerà. 

22 dicembre 2016

di mini panettoni vegani alla zucca, dell'importanza delle parole... e buon natale



Devo dirlo: sono rimasta parecchio in dubbio se postare o meno questa ricetta e per questo motivo arrivo sul fil di lana.
In un periodo in cui nel web impazzano panettoni, e pandori, fatti in casa con tutti i crismi - sfogliature, lievito madre, lievitazioni lunghissime difficilmente programmabili -, pubblicarne un'interpretazione vegana mi sembrava un'eresia. Come tuttora mi sembra un'eresia chiamare questi dolci panettoni.
Poi ho deciso di farlo: primo perché mi sono piaciuti e quindi mi sembrava sciocco bloccarmi su una questione puramente linguistica - se non panettoni chiamateli come volete -, secondo perché rimane un'idea facile e veloce, che può essere d'aiuto a chi non riuscirà a produrre in tempo la versione classica, più elaborata.  Infine ci sono persone che non possono o non vogliono consumare alcun cibo di origine animale e questo post è anche per loro.
So anche che c'è chi li aspettava ;).
Sia chiaro che non ho nulla contro il vero panettone; in passato mi sono divertita a farlo più volte fino a postarlo su questo blog, anche se le foto dell'epoca non gli rendono giustizia (ma la morbidezza traspare eccome!). Ritengo anzi che quello fatto in casa, con ingredienti scelti e pregiati, non sia minimamente paragonabile al tipo industriale, e anche con l'artigianale, diciamocelo, se la gioca alla grande.
Però in questo momento non avevo nessuna voglia di lavorare tre giorni per controllare la forza del lievito madre dopo i rinfreschi, nessuna di riempirmi il freezer di albumi congelati né di fare le ore piccole per osservare con trepidazione lo stadio della lievitazione fino al fatidico è raddoppiato, via ad infornare!
Questi mini panettoni vegani sono semplicissimi e veloci, visto l'impasto diretto, ma una delle prossime volte ho già intenzione di vedere se si manterranno morbidi più a lungo con un lievitino, poolish, prefermentazione o altre astuzie del genere.
Il colore è dato dalla zucca e la ricetta l'ho elaborata, variandola appena, a partire da questa.
Almeno un po' di lavoro in più me lo sono procurato, preparando tre farciture diverse: la classica, a base di scorze d'agrumi candite e uvetta, una seconda, con pere essiccate preparate in casa, fichi secchi e cranberries, infine l'ultima, con marrons glacés e gocce di cioccolato. Scegliete voi quella che vi aggrada di più!
La mia preferenza? L'ago della bilancia s'è spostato leggermente verso la triade pere-fichi-mirtilli rossi.
Ho utilizzato pirottini per panettoni da 100g, ma se non li avete potete ovviare usando i classici stampini in alluminio usa e getta (quelli da crème caramel, per intenderci), anche se la forma non risulterà perfettamente cilindrica.   
Trattandosi di dolci estremamente sobri e poveri di grassi, dopo il secondo giorno cominciano ad asciugarsi un po', quindi il massimo sarebbe consumarli in giornata o il giorno successivo. In ogni modo conservateli ben chiusi. Anche la pezzatura che ho scelto - mono o bi-porzione -, in questo senso credo non aiuti: la mia considerazione deriva dal fatto che non sono molto distanti da un challah, lievitato meraviglioso che si conserva morbidissimo. Chi non lo conosce non sa cosa perde.
Per contro occorre dire che questi mini panettoni vegani sono così veloci che anche ri-farli non rappresenta un gran problema. Ho giusto un impasto in fase di lievitazione e questa volta lo cuocerò in un unico stampo da 600/700 grammi; nei prossimi giorni farò un aggiornamento di questo post... come si suol dire: stay tuned! 
Preciso che chi ama i sapori dolci potrebbe aver bisogno di aumentare la dose dello zucchero; per i miei gusti con la glassatura finale erano perfetti così: mi hanno accolto al risveglio per diverse mattine e me li sono goduti moltissimo. Gli ultimi giorni anche pucciati nel tè.
Buon Natale! 

13 dicembre 2016

tortine vegane alla farina di castagne e carruba


Vabbè, forse chiamate così possono sembrare poco appetibili, ma vi assicuro che queste tortine vegane alla farina di castagne non hanno nulla da invidiare ad altri prodotti, più ricchi di grassi saturi. E no, quel colore scuro e cioccolatoso non è dato da un'aggiunta di cacao, ma da un suo surrogato: la farina di polpa di carruba.
Quando ero piccola, esisteva vicino a casa un bel carrubo, alto e forte; quando era il periodo giusto con i miei fratelli mangiucchiavamo i frutti come se fossimo cavalli. Li masticavamo, si ammorbidivano e un po' di polpa finiva giù, come succede con la radice di liquirizia, che dalle nostre parti si chiama recanissu.
La farina di carrube ha diverse caratteristiche che la rendono un ottimo alimento: è ricca di calcio e ferro, ha proprietà antiossidanti e ipocolesterolemizzanti; ha anche potere saziante... ma credo che per questo occorrerebbe consumarne una bella quantità. 
Il sapore può ricordare vagamente il cacao, infatti viene usata come suo surrogato, specie da chi non può assumere caffeina, essendone priva. 
Io l'ho comprata in un negozio Equo-solidale, ma credo che ormai si trovi abbastanza facilmente, in ogni caso c'è sempre la possibilità di acquistarla online.
Non è assolutamente da confondere con la farina di semi di carruba; il frutto è lo stesso, ma gli utilizzi diversi. La farina di semi è addensante ed emulsionante, è insapore e trova utilizzo in pasticceria, nella produzione dei gelati ma non solo; la sua sigla è E410.
Difficile comunque confondere i due prodotti: la farina di polpa è marrone, quella di semi è bianca.
Il risultato: tortine molto aromatiche, morbide, ma compatte in virtù dei semi di chia che fanno da elemento "collante", visto che i dolci con la sola farina di castagne tendono a sbriciolarsi. Naturalmente volendo potrete cuocere in un'unica tortiera.  
Ho completato aggiungendo frutta fresca e a guscio; in un abbinamento che è il classico dei classici, visto il vago sentore di cacao, non potevo che utilizzare pere e noci.

07 dicembre 2016

snack crudisti... non chiamiamoli biscotti


Il biscotto è una preparazione di cucina e di pasticceria dolce il cui nome deriva dal latino medievale "panis biscotus" - pane cotto due volte -. La presenza di miele, anticamente, o zucchero, e la cottura in forno li rendevano conservabili anche per lunghi periodi. 
Più o meno testualmente, Wikipedia.
Poiché ho un po' di esperienza nel campo, aggiungo che anche terrecotte e terraglie prendono il nome di biscotto ceramico, per via di una seconda cottura, necessaria a seguito della smaltatura.
Ma qui, lo so, la terracotta non c'entra.
Ancora oggi le fette biscottate sono cotte due volte. Per i biscotti dolci così come li conosciamo non ce n'è più necessità, ma almeno un passaggio in forno si fa; mi trovo quindi un po' in difficoltà, nonostante l'aspetto, a chiamare biscotto questa preparazione crudista. Preferisco snack, spezza-fame, rompidigiuno, merendina, spuntino...
Ero curiosa di vedere cosa usciva fuori dall'essiccatore, ammennicolo che mi diverte molto, specie in questo periodo in cui sto preparando quantità di frutta industriale, soprattutto mele e pere che risultano eccezionali. Potrete comunque preparare i dolcetti anche asciugandoli in forno a bassissima temperatura oppure, ben coperti con carta da cucina per evitare la polvere, sui termosifoni.
La base è costituita da frutta secca ed essiccata; sono quindi energetici, naturalmente privi di glutine e facilmente conservabili a lungo.
Fatta eccezione per la pasta di zucchero, che mi è servita solo come decorazione e poi ho tolto quando li ho mangiati, non sono eccessivamente dolci al palato (i sensi in questo caso ingannano, perché il tenore di zuccheri è comunque molto alto); se amate un sapore più deciso dovrete regolarvi di conseguenza.  
Che gusto hanno? E' un po' un mix. Come tutti i cibi passati nell'essiccatore anche questi conservano il sapore originario degli elementi che contengono, solo più "concentrato"; quindi, in questo caso, si riconoscono datteri, cocco, mandorle, nocciole, spezie... se una volta pronti gli farete fare un tuffo nel cioccolato fuso a parer mio raggiungerete il massimo.
Io, invece, per le foto volevo una versione bianco-Natale, quindi ho decorato con pasta di zucchero.
Bianco Natale? Uhmmm... diciamo molto bianco e assai poco Natale!